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QUADRO 2 - Il primo campanello

I ragazzi di terza sono già in classe, ai loro posti; sono contenti, anche se un po’ timorosi di essere entrati nel triennio, tra i grandi, e cercano di darsi un contegno adeguato.

Fuori di scuola hanno già fatto gli spavaldi con i piccolini delle prime classi.

Dai loro posti, si lanciano sguardi ammiccanti: sono pronti come sempre a mettere alla prova l’insegnante e verificare se i suoi punti deboli, che loro ormai conoscono bene, sono ulteriormente aumentati dopo le vacanze estive.

Anch’io, pur dopo tanti anni d’insegnamento, sono un po’ preoccupato, anche se cerco di nasconderlo, perché di punti deboli, me ne rendo conto, ce n’ho tanti, anzi anno dopo anno me ne ritrovo sempre di più.

Meno male che insegno matematica, materia ostica per antonomasia, assolutamente incomprensibile – per significante e significato – ai colleghi letterati e di cui tutti, con trascurabili eccezioni, dimostrano un sano timor panico, dietro al quale è facile, anche per me, trovar protezione.

E in più, parto avvantaggiato: ho la fortuna di insegnare in un liceo scientifico, per cui i colleghi di lettere mi rispettano, anche se non sanno bene spiegarne il motivo, o comunque fanno finta di farlo e non osano relegarmi – come sicuramente succederebbe se insegnassi al classico – tra gli insegnanti di seconda categoria, gli insegnanti tecnico-pratici, solo di un piccolo gradino sopra quelli di ginnastica. La matematica permea di sé – purtroppo – tutto il viver moderno. Non si sa bene spiegarne il come e il perché.

Comunque questa è una verità fastidiosa, ma incontrovertibile.

La matematica serve per fare i conti della spesa e le percentuali, si possono addirittura calcolare gli interessi di un fido (per gli interessi composti, invece, bisogna chiedere al bancario) e, si sa, sta in qualche modo alla base di qualunque tecnologia: sta da qualche parte nel frigorifero, nella scheda elettronica della lavatrice, nel forno a microonde, nel motore dell’automobile, nel telefono cellulare, anche se lì è più difficile da individuare, viste le minime dimensioni dell’aggeggio.

Sta appena sotto il pelo dell’acqua, come un coccodrillo di cui sporgono quasi impercettibilmente solo le narici e un accenno d’occhi.

Solo che poi bisogna togliere il coccodrillo, perché la matematica è ancora più impalpabile ed incorporea.

Croce, rispondendo ad Enriques che rivendicava il diritto dello scienziato di compartecipare assieme ai filosofi allo sviluppo della conoscenza, diceva che la matematica e, più in generale, la scienza non sono vere forme di conoscenza; la vera conoscenza è quella del filosofo (idealista), mentre la matematica produce solo degli pseudo concetti, buoni solo a dare delle risposte alle esigenze tecnico-pratiche della vita.

E poi, che Peano potesse discutere da pari a pari con Bertrand Russel, non voleva dire nulla: ‘I nuovi congegni della logica matematica sono stati offerti sul mercato: e tutti, sempre, li hanno stimati troppo costosi e complicati, cosicché non sono finora entrati né punto né poco nell’uso. Vi entreranno nell’avvenire? La cosa non sembra probabile e, a ogni modo, è fuori della competenza della filosofia e appartiene a quella della pratica riuscita: da raccomandarsi, se mai, ai commessi viaggiatori ... ma la loro nullità filosofica rimane, sin da ora, pienamente provata’.

Dunque un Peano (con tutti i suoi bravi assiomi dell’aritmetica) diventava poco più che un venditore di spazzole, porta a porta. Su questi fondamenti si è formata nell’ultimo secolo la nostra cultura, l’intellighenzia italiana.

E ne portiamo tuttora i segni. Ovviamente anche Croce, se fosse ancora vivo, si comprerebbe il suo bell’iPad, ma lo esibirebbe sempre con sommo disprezzo e, naturalmente, non senza il moto di velato compiacimento di chi ‘se lo può permettere’. È difficile al giorno d’oggi comprendere il motivo di tanta ignoranza, sì ignoranza, in una persona tanto colta.

E dire che non si trattava di un filosofo americano, cinese o congolese. Croce era italiano, come Galileo! Ma perbacco, come si fa? Come si può soltanto osare di dire queste cose dopo Pitagora, dopo Platone, dopo Euclide, dopo Archimede, dopo Leonardo Pisano, dopo Cardano, dopo Newton e Leibniz, dopo Cartesio, dopo ... Kant.

Ma ce lo meritavamo noi un simile personaggio?

Eppure è riuscito a sezionare, a trinciare in due come un pollo la cultura italiana: da una parte la cultura alta, quella dei letterati (ma anche dei parolai) e quella bassa, dei matematici, fisici e in genere degli scienziati, un po’ volgare, utilitaristica, insomma da bottegai.

E chissenefrega se nel frattempo Einstein enuncia la teoria della relatività e lo spazio-tempo. Cose che ovviamente con la conoscenza e con la nostra visione del mondo non c’entrano nulla. Cose da venditori di spazzole. Noi allora, per mezzo della voce di Croce, abbiamo detto al mondo: voi siete sbagliati, invece noi abbiamo capito tutto.

E abbiamo perso definitivamente la leadership della ricerca scientifica (mica l’esclusiva della produzione dei cucchiai in legno). Poteva succedere solo all’Italia di sottostimare le ricerche di avanguardia sul radar di Guglielmo Marconi e poi, a partire dal 1933, di Ugo Tiberio, per vedersi alla fine affondata la flotta, a capo Matapan, da coloro che avevano dotato di radar le proprie navi, mentre le nostre ne erano prive.

Poteva succedere solo all’Italia di dichiarare a Bruxelles il fabbisogno nazionale di latte, sbagliandolo clamorosamente della metà, nello stesso momento che la Germania dichiarava di averne bisogno del doppio, così che l’autostrada del Brennero si è trasformata in una specie di canale del latte che scorre in direzione della pianura padana.

E tutto perché il nostro ministero assume letterati eccellenti, ma statistici e contabili colle orecchie lunghe e pelose.

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